L’Associazione partigiani non sa esattamente cosa è ma sa perfettamente cosa vorrebbe essere. Ha compiutola metamorfosi da Ente morale a partito politico senza neppure la crisalide del gioco democratico che passa dal voto, e pretende di rappresentare col 97% di arruolamenti di massa il 3% residuale dei partigiani. Si è autoinvestita di un ruolo, che non ha, sgomitando e andando a presidiare quegli spazi lasciati colpevolmente sguarniti dalle istituzioni. È l’Anpi, nata nel 1945 sulla scia della guerra di liberazione vinta dagli Alleati e alla quale partecipò da comprimaria credendosi protagonista, e lì rimasta dopo ottanta anni: stesso linguaggio contrappositivo, stessa ossessione per un nemico che non esiste più ma di cui ha un disperato bisogno per legittimare la propria esistenza. L’Associazione partigiani, che ancora nel 1947 palpitava per Stalin padre dei popoli e artefice del paradiso sovietico sulla terra, è sopravvissuta a due scissioni a pioggia che l’avevano svuotata di tutte le altre componenti partitiche, sbocconcellando e rifagocitando Fivl e Fiap che oggi, non alzando mai la voce su nulla, nulla possono per impedire la tracimazione mediatica di Anpi su tutto. Un catalizzatore per cinquanta sfumature di rosso, dal ravanello pallido al carminio acceso dei partiti che la spalleggiano, che a caccia di tutti gli “ismi” del vocabolario dal fascismo al sovranismo, incarna antagonismo, illusionismo e misticismo.