Gli animali non sono oggetti. E prima o poi questo concetto dovrà passare da qualche pertugio legislativo o da una voragine etica. Buffa e necessaria è la risata grottesca, deformata con un ultimo sbaffo senza suono eppure tragicamente vero, che propone l’attrice e regista franco-svizzera Laetitia Dosch con Un cane a processo. “Ispirato a fatti realmente accaduti” si dice spesso, e mai come in questo caso la definizione è pertinente: in Svizzera, infatti, non molto tempo fa, un cane che aveva morso tre persone – senza ucciderle né menomarle in modo irreparabile – è stato soppresso, pardon, ammazzato per legge. Pare non accadesse dal Medioevo.
Dosch veste così i panni di Avril, un’avvocata delle cause perse che accetta un ultimo caso per evitare il licenziamento da parte del suo giovane capo arrapato e vanesio. Difenderà Cosmos (il cane Kodi), un croisé griffon mescolato ad altre razze canine, compagno di un uomo (François Damiens) rimasto mezzo cieco dopo un incidente, che ha morso sul viso una donna delle pulizie portoghese mentre lei si chinava verso di lui dopo avergli dato delle patatine. Attenzione: i caratteri della messa in scena sono volutamente stravaganti e sopra le righe, costruiti su opposti eccessi -il giudice annoiato, l’avvocata dell’accusa infervorata e reazionaria, le folle ideologicamente contrapposte che mettono a ferro e fuoco la città, il comportamentista canino pacato e quasi mistico – per amplificare, con un evidenziatore fluorescente, l’escalation dello scontro.







