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26 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 6:00
Da un racconto apocrifo di Vasco Pratolini. Ai tempi dell’autarchia, un gerarca in divisa bianca stava conducendo una giovane amica a fare il giro dei colli fiesolani in automobile quando, all’erta tra Settignano e Castel di Poggio, la superba Lancia cominciò a gorgogliare, a soffiare, a recalcitrare: e alla fine s’impuntò in una carreggiata di fango e non si mosse più. Corrucciato, il guerriero discese, aprì il cofano, s’affannò, imprecò contro il meccanismo screanzato. Scese, indispettita, anche la signorina; e, dopo essersi rifatta il trucco, con un’occhiata panoramica scorse giù nel campo un contadino che arava. “Ehi, ehi!” gli gridò la signorina. “Ehi, ehi!” incalzò imperioso il gerarca. Ma quello non si scrollava. “Dev’essere sordo!” brontolò lei. A forza di urlacci quello si volta. Si sbracciarono entrambi per spiegargli da lontano di portare su i buoi: non capiva. “È un perfetto idiota!” sbuffò infuriato il gerarca.
Pronto nell’ora del periglio a ogni più sublime ardimento, il gerarca si decise dunque a scendere nel campo, tra le zolle: e finalmente riuscì a farsi intendere dall’idiota, che lentamente staccò i buoi dall’aratro e li avviò con un lungo giro verso la strada. Quindi, dinanzi al cofano luccicante, dipanò con accuratezza la fune arrotolata che teneva in mano, e con meticolosa pazienza annodò l’attacco al parafango: piano piano, nonostante il gerarca lo assillasse: “Presto, presto!”. “E’ proprio idiota!” concluse la signorina.








