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5 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 6:00
Da un racconto apocrifo di Dino Buzzati. Quella mattina mi ero svegliato con una frase in capo, venuta chissà da dove. Questa: “La standardizzazione del ferro”. Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti scorrendo in distrazione i titoli di qualche giornale. Cosa diavolo era la standardizzazione del ferro? Continuai a chiedermelo lungo tutto il tragitto verso il Bar del Commercio. M’irritava ignorare il senso di quella locuzione, e ancor di più il fatto che non riuscissi a togliermela dal cervello, dove si era ficcata durante la notte, quando le scolte dell’intelletto non vigilano alle porte. Cercai una distrazione nelle cento immagini che le strade operose di una metropoli offrono ai passanti, ma neppure le creature fascinose che incrociavo bastavano a consolarmi. E credo che, messo com’ero, se la più bella di loro m’avesse fermato e tratto a sé offrendomi la bocca, su quelle labbra avrei languidamente mormorato solo quattro parole: “La standardizzazione del ferro”.
In queste condizioni pietose giunsi alla meta. Non c’era molta gente.






