Ieri in cima all’Appennino, nella valle di Monte Sole, c’erano tanti di quei ragazzi che sembrava di essere a un concerto. A un rave, parola che fa tanta paura a chi considera la festa della Liberazione divisiva e lo è, sì: è divisiva per i fascisti. Erano decine di migliaia, i ragazzi, moltissimi arrivati con le tende fin dalla sera prima, tutti saliti a piedi camminando ore lungo i sentieri che videro correre via dalla morte i pochissimi superstiti della strage. C’erano anche i vecchi, certo: Don Ubaldo Marchioni era mio zio, mi ha detto in lacrime suo nipote Pietro. Fu tra i primi ad essere fucilato. C’era Luciana Castellina indomita, acclamata. C’era naturalmente la sindaca di Marzabotto, Valentina Cuppi, ridente alla testa di una macchina organizzativa impressionante. C’erano i partigiani dell’Anpi con la maglia rossa in memoria del partigiano Lupo, i cori della Scuola di Pace e il console tedesco venuto a inaugurare la “bomba di carta” dello scultore Nezilla, e Elena e Stefania e centinaia di ragazze, giovani favolose. I luoghi si ricordano di noi. I luoghi hanno visto, hanno memoria. Mentre mi raccontava la storia di Francesco Pirini, sopravvissuto alla strage quando aveva 17 anni, morto a dicembre del 2022, un partigiano mi ha consegnato il libro, Quindici volte orfano, che ho letto nel viaggio di ritorno. Non ci sarebbe stato il processo ai responsabili dell’eccidio se non fosse emerso quel fascicolo dall’Armadio della vergogna, lo ricordate? Nascosto fino al 1994, il memoriale in cui Giulio Andreotti dava il suo “si concorda” al proposito di non chiedere l’estradizione dei militari tedeschi accusati di strage per non incorrere nell’analoga richiesta che la Jugoslavia di Tito avrebbe potuto fare all’Italia. Ragion di Stato. E poi, i servizi segreti americani si servivano di ex nazisti in funzione anticomunista, dunque bisognava garantire loro l’impunità. Se non conosciamo il passato non possiamo decifrare il presente e occhio, perché la Storia si ripete. Sempre.
I luoghi hanno visto e ricordano
Una strage un armadio e la vergogna della ragion di Stato












