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Durante l’ultimo Consiglio Europeo, a metà dicembre, il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha pubblicato sui social una foto con i suoi omologhi di Slovacchia e Cechia. La didascalia era «Back in business!», in inglese, cioè una cosa tipo “Siamo tornati”. Si riferiva alla ripresa della collaborazione tra i paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrád, che sono quei tre più la Polonia. Al Consiglio Europeo il blocco di Ungheria, Slovacchia e Cechia ha poi ottenuto un grosso risultato: non dovranno partecipare al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina, da finanziare con l’emissione di debito comune da parte degli altri paesi membri.

Da qualche settimana si parlava della possibile rinascita del Gruppo, anche perché in autunno il governo di Orbán se l’era posta esplicitamente come obiettivo.

Può essere utile un veloce ripasso sugli ultimi anni: il gruppo è anche noto con l’abbreviazione V4 ed era stato influente soprattutto negli anni successivi al 2015, quelli del grande aumento dei flussi migratori e dell’arrivo di moltissimi richiedenti asilo in Europa. I suoi governi erano allineati nell’ostilità alle persone migranti e si opposero strenuamente a ogni redistribuzione tra i paesi dell’Unione Europea.