Avevo il cervello in fiamme, e avrei voluto sfilarmelo per metterlo a bagno in una bacinella e poi lasciarlo asciugare al sole tiepido, lontano dagli impulsi. Invece dovevo tenerlo acceso, in una centrifuga perfida e continua
di Mattia Insolia
Un mese fa ho smesso di funzionare. Non è stato un guasto epico, di quelli che si dicono con orgoglio agli amici, per darsi un tono da eroe tragico. È stato uno scivolamento idiota, un lento dissolversi dei contorni. Ero reduce da un periodo di quelli che nel gergo aziendale si chiamano intensi; con il romanzo da poco in libreria, andavo in giro per promuoverlo. Vale a dire due mesi trascorsi a rincorrere le coincidenze di Trenitalia, fissare insonne i soffitti delle stanze d’albergo, consumare panini tristi davanti allo schermo del portatile. Vale a dire due mesi trascorsi a occuparmi dell’altra parte del lavoro, gli articoli (proprio come questo) per i giornali e il lavoro di editor, nei pochissimi momenti liberi; cosa che, è chiaro, è una fonte d’ansia: il tempo in casi simili non è mai abbastanza. A questo naturalmente si devono aggiungere, poi, la vita privata e le notizie dal mondo che, come capita a tutti, mi giungevano da ogni parte, disordinate e caotiche, e chiedevano attenzione. Avevo il cervello in fiamme, e avrei voluto sfilarmelo per metterlo a bagno in una bacinella e poi lasciarlo asciugare al sole tiepido, lontano dagli impulsi. Invece dovevo tenerlo acceso, in una centrifuga perfida e continua. Alla fine, il burnout non ha bussato: si è semplicemente seduto accanto a me e ha spento la luce.






