Il tempo libero viene sempre più usato per il miglioramento personale. Come va a finire? Si rischia il burnout

di Mattia Insolia

Di recente ho letto un romanzo che mi è piaciuto tanto. Il mio anno di riposo e oblio, dell’americana Ottessa Moshfegh, che racconta di una giovane donna che decide di trascorrere un anno d’ibernazione narcotica: imbottirsi di sonniferi per dormire il più possibile. Un sogno – quantomeno per me. Sparire, sottrarsi al frastuono del mondo, alla pressione del futuro e le aspettative degli altri. Quanto mi piacerebbe, pensavo leggendo, però non ci riuscirei: il timore di restar indietro mentre tutti vanno avanti vincerebbe. Ma la protagonista non ci pensa. Niente fomo o paura di mettere in pausa la vita. E, soprattutto, niente sensi di colpa – stupendo, pensavo leggendo, impossibile, pensavo leggendo.

Nella grammatica emotivo-sentimentale di ognuno, il senso di colpa è importante. Alla pari di molte altre, è un’emozione capace d’influenzare, pure in modo sostanziale, le nostre decisioni, dalle più piccole, del quotidiano, alle più grandi, le scelte di vita. Dacché possa ricordare io con il senso di colpa ho un rapporto spaventoso: in me è dominante e sa, lui lo sa, come manipolarmi. A onor del vero, però, mi ha sia fatto soffrire sia aiutato.