Sì, certo il Natale, anche se l’ultima edizione delle luminarie è stata tutto tranne che esaltante, e non c’era ancora la guerra del Golfo a giustificare le luci soffuse. Ma non c’è alcun dubbio che questa del Salone è ormai la migliore settimana per Milano. Prescindendo dal valore economico — altissimo ma non è la sede adatta per trattarne — e artistico, c’è una bellezza diffusa che ne decreta il primato: quello della gente.

Giovani, tantissimi, meno giovani ovviamente, studenti o big spender non fa nessuna differenza nella mischia completa tra strade e cortili fino a domenica. È la dimostrazione di quanto il confronto di lingue — e e se ne sentono parlare passeggiando da Tortona a Brera arrivando a Rho Fiera — possa solo arricchire, soprattutto se i diversi idiomi si uniscono nella contemplazione del bello, della creatività. Milano è sempre stata avanti rispetto al resto d’Italia nell’innovazione e nella ricerca e il design — una delle eccellenze — fa arrivare qui chi sa guardare il cielo pur tenendo ben piantati a terra i piedi.

Non ascoltate chi vi racconterà di caos ingestibile, di taxi introvabili, di una città che, signora mia, non è più quella di una volta. Per quattro giorni ancora godiamoci questo flusso incessante, mescoliamoci, ascoltiamo i passi e le voci, guardiamo i volti. Solo così, assaporando il tutto, potremo arricchirci umanamente di quella ricchezza che solo il confronto può dare. Evviva il design in tutte le lingue del mondo.