di Arrigo Cipriani

Durante la Seconda guerra mondiale a 13 anni andavo a scuola ai Cavanis. Era una bella scuola dove i professori erano tutti preti e per insegnarti quello che nemmeno loro sapevano ti facevano scrivere pagine di coniugazioni, quaderni interi di vocaboli che seguivano preposizioni che ne indicavano l’origine, il luogo dov’erano, il tempo quando erano nati e quello nel quale vivevano.

Era anche quello un modo di non pensare alla guerra, alla dittatura, ai morti, ai bombardamenti. Noi eravamo tutti concentrati a copiare uno dietro l’altro vocaboli dei quali non conoscevamo il significato, ma che a forza di riscriverlo, rimaneva fissato per sempre in qualche cellula del cervello. Il tempo per noi erano le pagine piene di parole che avevano esclusivamente un significato mnemonico.

Credo fosse un tentativo di mettere ordine in una vita dove l’ordine non esisteva più. Tra le poche cose importanti c’era il cibo sotto qualsiasi forma. Dalla farina che poi era la forma base dalla quale si potevano fare i cibi primordiali come il pane. E le patate. Così a nostra insaputa in un grande stanzone, segreto a noi alunni, la previdenza dei preti aveva ammucchiato un grande numero di sacchi di iuta pieni di farina. Appunto. Dello stanzone noi vedevamo solo la porta, ma non avevamo la curiosità di sapere cosa conteneva. Poi, al termine di una giornata indimenticabile vissuta con l’emozione della libertà, la porta dello stanzone fu aperta. Era il 25 aprile 1945.