Ho capito quanto l’estetica della sopravvivenza avrebbe inciso sul mio futuro e su quello dei miei coetanei quando frequentavo le scuole medie a Secondigliano, precisamente a Scampia. Era un istituto tutt’altro che tranquillo: la sensazione era che lì non ci fossero bambini ingenui, ma una piccola umanità già proiettata fuori, pronta a dimostrare al mondo quanto fosse preparata alla vita adulta, o a quella che, all’epoca, ci avevano fatto credere essere tale.

In quel contesto, il potere di scegliere per sé, dimostrare coraggio e impavidità valeva più di qualsiasi altra cosa. “Bambini”, agli occhi di quei ragazzini di tredici anni, erano solo quelli che non sapevano farsi rispettare. I “grandi”, gli adulti, erano quelli a cui tutti davano retta.

E in fondo era lì che volevamo arrivare: essere riconosciuti, presi sul serio. Quando parliamo di estetica della sopravvivenza, ci riferiamo proprio a questo: all’apparenza come strumento per ottenere una vita più degna di rispetto dentro quella che somiglia a una piccola giungla sociale. Rispetto ad altre culture che si sono sviluppate in quel senso (mi viene da pensare a quella giapponese) l’estetica e i suoi strati di superficialità hanno avuto la meglio sull’intelletto, diventando fattore imprescindibile di popolarità e rispetto.