Emanuele, 12 anni. «Quando sono cominciate le lezioni, un paio d’ore al giorno dopo un mese di vuoto, è stato un incubo. Mi collegavo col primo telefono di mia madre che andava a scatti, troppo vecchio, e poi a casa prende male. I miei fratelli intorno che giocavano, litigavano, si rincorrevano. A me scoppiava la testa. Già facevo fatica in classe, figuriamoci così. Era impossibile capire qualcosa. I compiti poi erano troppo difficili e caricarli su Weschool era un’operazione impossibile. I professori mi continuavano a mettere impreparati, note, segnalazioni… e nella mia testa ho cominciato a pensare “ma ne vale la pena, non è meglio fregarsene? E così ho cominciato a fare».
Priangka, 13 anni, arrivata a Roma dal Bangladesh a fine marzo 2020. «Alla fine di ottobre ci chiamano che forse un posto per me e mio fratello c’era, Cominciamo a frequentare la scuola e lì inizia il peggio periodo della mia vita. Non parlavo italiano, non capivo una parola di quello che mi dicevano professori e compagni ma vedevo bene le loro risatine. Ogni mattina mi svegliavo con l’unico desiderio di trovarmi dall’altra parte del mondo… I mesi passavano e la mia ansia cresceva. Ogni mattina per attraversare io cancello di scuola dovevo fare respiri profondi ma era sempre più difficile. Alla fine mi sono arresa e ho smesso di entrare».







