Avevo due anni quando è finita la guerra e di quell’epoca grama ricordo ben poco. So che i ragazzi portavano le braghette corte, Pippo girava sopra le teste e sganciava le sue bombe sulla campagna nera come la pece e le mamme compravano il pane razionato tenendo la mollica stretta in una tasca per i bimbi piccoli e la crosta dura nell’altra per sé e per gli anziani smagriti. Se suonava la sirena dovevi nasconderti. Altrimenti potevi gironzolare nei vicoli e nelle strade come un fantasma incosciente, ascoltando i pianti dei grandi e sognando un luogo senza macerie. Non ho conosciuto il tormento di quell’Italia dilaniata dalla guerra ma nel periodo che venne dopo sperimentai una precarietà simile. Avevo solo sei anni e mio padre era morto di un male inaspettato. Vedevo mia madre ammazzarsi di lavoro per portare la pagnotta a casa mentre i soldi andavano via uno dopo l’altro. Non dico che patissi la mancanza di cibo. Però vivevo in ristrettezze e ogni sera a tavola era un regalo. Fu forse in quel contesto che maturò in me l’idea di fare qualunque cosa potessi per non soffrire mai la fame e non farla soffrire ai miei bambini… Un fanciullo non dovrebbe mai patire la vita e le sue nefandezze. E quando leggo che i piccoli di Gaza muoiono con la pancia vuota o sotto le bombe di una guerra orribile, mi sento smarrito. I resoconti di queste ore sono spietati e riportano immagini alla memoria che credevo lunari: i camion di provviste che marciano lenti lungo il valico ma poi si fermano in attesa che la diplomazia li sblocchi; l'esercito israeliano che controlla, perlustra e ridistribuisce la merce alle organizzazioni umanitarie affinché a loro volta le smistino alla popolazione sofferente. Intanto il tempo passa e si muore. Gli adulti ai cancelli reclamano indignati la loro parte di cibo mentre i bimbi attendono a braccia aperte, schiacciati in strane smorfie sotto un sole che non è primaverile ma picchia 38 gradi sulla testa e non dà tregua. Non domandano la luna, solo che quel giorno si concluda con una razione di riso da sbocconcellarsi tra sei fratelli. E se non è la fame a travolgerli, sono le bombe.