ROMA. Un pasticcio, ma guai a chiamarlo così. Perché la norma contenuta nel decreto sicurezza che introduce incentivi agli avvocati per i rimpatri volontari un pasticcio per il governo non è, tant’è che l’esecutivo tira dritto. Ne rivendica il merito il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi intervenendo nell’Aula della Camera, mentre l’opposizione si prepara a dare battaglia. Ed esegue lo stesso spartito Giorgia Meloni dal Salone del Mobile di Milano, difendendo a spada tratta la misura “rea” di aver generato un cortocircuito istituzionale, con il fermo no di Sergio Mattarella alla norma ormai divenuta della discordia, contestata dall’avvocatura e dall’Anm, oltre che -come era prevedibile - dalle minoranze. Le interlocuzioni tra il Colle e Palazzo Chigi si susseguono per l’intera giornata, con il sottosegretario Alfredo Mantovano impegnato in prima linea a sminare il campo. A stoppare l’ipotesi dell’emendamento, nella serata di lunedì, sarebbe stata la premier in persona, preoccupata per i tempi stretti, anzi strettissimi, per portare a casa il dl. Il decreto sicurezza scade infatti il 25 aprile a mezzanotte, pena la decadenza. Infilare un emendamento per correggere la norma avrebbe fatto saltare la fiducia alla Camera e comportato una nuova lettura ultra-sprint al Senato. «Tempi troppo stretti, si rischia troppo», il messaggio che la presidente del Consiglio avrebbe fatto pervenire ai suoi. La soluzione passa da un decreto correttivo che vada incontro ai rilievi del Quirinale. Come? Prevedendo che “l’obolo” di 615 euro agli avvocati non venga erogato all'esito del rimpatrio volontario, ma elargito a tutti i legali che si occupano di questo tipo di pratiche. La strada che il governo sceglie di battere porterà sultavolo di Mattarella ben due decreti, il primo con una norma incostituzionale al suo interno - bollata come tale dallo stesso Capo dello Stato- seppur con un dl correttivo al suo fianco finalizzato ad accogliere i rilievi del Colle. Un bel pasticcio, checché ne dica il governo. Tant’è che l’opposizione, nei capannelli di Montecitorio, spera che il Capodello Stato non firmi, lasciando Meloni e Piantedosi col cerino in mano. Dal Quirinale non trapela nulla,il Presidente della Repubblica dà la consegna del silenzioai suoi. Il responsabile del Viminale invece dribbla i cronisti prima di rinfilarsi nell’Aula occupata dalle opposizioni: «intanto incassiamo la fiducia su questo provvedimento, poi si vedrà», taglia corto, sorridendo a chi chiede delle interlocuzioni col Colle. Ma fonti vicine al dossier osservano che mai un decreto correttivo planerebbe sulla scrivania del Capo dello Stato senza la sicurezza granitica di un disco verde del Presidente della Repubblica dopo il polverone sollevato dal caso. Del resto, ci tengono a rimarcare dalla maggioranza, nonsi tratterebbe di un unicum ma ci sarebbe più di un precedente a togliere il governo dall’imbarazzo: oltre al cosiddetto “comma Fuda” del Pro diII, altri due casi sarebbero rintracciabili in altrettanti con doni dei governi Berlusconi.