Per fugare gli ultimi dubbi sul futuro della norma relativa ai rimpatri volontari bisogna attendere l'ora di pranzo. Quando a parlare, a distanza di pochi minuti l'uno dall'altra, sono Matteo Piantedosi e Giorgia Meloni. «Abbiamo preso atto di alcune sensibilità che sono state espresse su un punto specifico della norma e ci predisponiamo a una sua correzione», dice il primo dai banchi del governo, a Montecitorio. «Sul decreto Sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc», gli fa eco la seconda dal Salone del Mobile di Milano.

L'exit strategy scelta dal governo per ritoccare l'articolo 30bis del decreto Sicurezza (che, al momento, prevede un contributo economico agli avvocati che eseguano pratiche di rimpatrio volontario) è quella del decreto correttivo, da approvare subito dopo il via libera definitivo al provvedimento che include la norma contestata nelle scorse ore dal Colle. Nessun coinvolgimento del Consiglio nazionale forense nell'attuazione dei programmi di rimpatrio, e via la parte in cui si prevede il riconoscimento del compenso «ad esito della partenza dello straniero»: questi i principali ritocchi da mettere a punto nel prossimo testo che estenderà il contributo non solo agli avvocati difensori (ma anche a mediatori e associazioni), a prescindere dall'esito della procedura, «senza che possa ingenerarsi il sospetto - spiegano fonti vicine al dossier - che sia costruito per favorire l'effettivo rimpatrio».