La bufera che da inizio anno ha coinvolto il mondo del private credit (o private debt) ha contagiato anche il mondo del private equity. Un effetto domino che ha compresso le quotazioni di questo mondo molto articolato, ma a detta degli esperti se non ci sarà a breve una recessione sulla scia della crisi energetica il business del private equity resta interessante e lo sconto di molte aziende può rappresentare un’occasione. Tutto rientra nel mondo dei cosiddetti asset non quotati, ovvero alternativi ai listini. Nel primo caso si tratta di un canale di finanziamento (debt) alternativo al sistema bancario mentre il private equity tradizionale si muove sul lato dell’acquisto di partecipazioni (equity) finalizzate spesso a uno sbarco in Borsa. Si tratta di due business spesso interconnessi e molti operatori sono attivi in tutti e due gli ambiti.

Gli strumenti

Sulle principali Borse europee sono quotati oggi 5 Etf legati a questo comparto. Tre hanno uno storico di diversi anni mentre due (Saba e Goldman) sono stati attivati nel corso del 2026. I tre principali Etf (due Ishares e un Xtrackers) da inizio anno perdono tra il 14 e il 18% mantenendo a tre anni un bilancio positivo anche se al di sotto della performance dell’S&P 500. I cali di quest’anno sono dovuti alla crisi del private credit che ha contagiato tutto il settore, colpendo soprattutto le società che sono legate a questo business (si veda altro articolo in pagina). All’interno degli Etf ci sono i principali player internazionali: dalla canadese Brookfield (che lascia sul terreno da inizio anno intorno al 9% facendo meglio di molti competitor) alla britannica 3i Group passando per i gruppi che subiscono le flessioni maggiori (come ad esempio Blackstone, Apollo Global e Kkr) fino alla svedese Eqt Ab (-17% da inizio anno) con fondi specializzati in private equity, infrastrutture e immobiliare.