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Uno pittore, l'altro scultore, ebbero diversa fortuna e notorietà. Ma anche uno "sguardo" comune

Curioso e intelligente, e per molti aspetti anche inevitabile, è stato il focus che ho voluto al Mart di Rovereto nell'autunno del 2019, mettendo in dialogo Gino Rossi (1884-1947) e Arturo Martini (1889-1947), due artisti che, a guardarli con un minimo di attenzione e non per compartimenti stagni come troppo spesso fa la storia dell'arte quando preferisce le etichette ai problemi, si cercano e si rispondono più di quanto non faccia credere la differenza dei linguaggi, l'uno pittore e l'altro scultore, e perfino la diversa notorietà e fortuna nel racconto sempre un po' schematico del primo Novecento italiano. Non era, insomma, il gusto del confronto per il confronto, né l'idea di costruire una relazione ingegnosa, una di quelle da mostra contemporanea in cui si mettono accanto due nomi sperando che la vicinanza produca un senso. Qui il senso c'era già. Bastava riconoscerlo guardando alla qualità e alla concentrazione dell'immagine. Di Gino Rossi, del resto, si è parlato meno di quanto si sarebbe dovuto e spesso in modo parziale, con quella specie di rispetto distratto che si concede agli artisti appartati, a quelli che non entrano facilmente in una casella e vengono così lasciati in una terra di mezzo: stimati ma non davvero riconosciuti, ricordati ma non restituiti alla loro statura. E invece Rossi è un pittore decisivo proprio per la sua irriducibilità. Non appartiene a una scuola, non illustra un manifesto, non si lascia ricondurre a una formula. Non è futurista, non è divisionista, non è un epigono. È, al contrario, uno di quei pittori nei quali la modernità si manifesta in modo più sostanziale, meno chiassoso e per questo più profondo. Non passa dalla provocazione o dalla rottura esibita, ma dal rapporto severo tra ciò che si vede e ciò che l'opera trattiene. Basta soffermarsi sui suoi paesaggi di Burano, sui ritratti, sulle figure, per capire che il suo problema non è mai la restituzione del reale né la sua trascrizione lirica o atmosferica. Il mondo, in Rossi, non viene descritto: viene concentrato. Case, alberi, canali, volti, presenze umane: tutto è riportato a una misura più ferma, più interiore. Il colore, soprattutto, è decisivo: non accompagna, costruisce; non addolcisce, pesa. Non vibra secondo la luce impressionistica, ma si dispone in campiture compatte, in rapporti tesi, dando all'immagine una severità inattesa. Naturalmente c'è dietro questa pittura la lezione francese, e soprattutto Paul Gauguin. Ma nel caso di Rossi il debito si trasforma subito: non prende la formula o l'eleganza, ma la forza della sintesi e della costruzione, la possibilità di fare della pittura non uno specchio del mondo ma una verità più nuda.