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Sironi, Soffici, Italo Cremona, Mino Maccari, Mario Nannini, Lorenzo Viani: il Novecento è molto più ricco di quello che pensiamo
Prima cosa: ciò che più sorprende negli scritti di Sigfrido Bartolini è la scrittura. Pur d'occasione, i suoi articoli tratti da vari quotidiani hanno una profondità e una chiarezza che esula dalla mera cronaca, spesso di mostre temporanee, dalla quale scaturivano. Articoli di una complessità tale che colpisce siano stati scritti solo pochi anni fa per i giornali e che fa comprendere alla perfezione la catabasi che ha degradato la critica d'arte, relegata dalle pagine culturali in spazi residui e completamente assente nelle versioni online. Oggi, più che altro si tratta di favori tra i festanti laudatores dell'art system, il cui retrogusto sa più di marketing culturale che di pensiero. Nulla a che vedere con la puntuta ironia di Bartolini, sublimata per esempio nella raccolta La Grande Impostura (2002) in cui sferzava i campioni del contemporaneo e si prendeva gioco dei tanti troppi eventi espositivi che ammorbavano la penisola (sua la più bella battuta di sempre: "il sonno della ragione genera mostre"); e nulla a che vedere con la saggezza contenuta anche in questo ulteriore Canone raccolto amorevolmente dalla figlia Simonetta, raffinata italianista. Credo che Sigfrido sia stato uno degli ultimi esempi di artisti colti che alla pittura affiancavano il dono dello scrivere, erede di una schiatta che risaliva certo ad uno dei suoi maestri, Ardengo Soffici, e più latamente a quel manipolo di intellettuali vociani e poi lacerbiani, molti dei quali, come lui, figli di Toscana; uomini in grado di tener fede alle proprie radici quattrocentesche di grandi facitori, fedeli al lavoro d'arte e nello stesso tempo capaci di aspri duelli letterari e non per desiderio e necessità di giustificare con parole astruse opere concettuali, semmai per fortificare l'aspetto politico, nel senso alto e nobile della parola, del loro impegno pittorico e dunque etico. Una scrittura che conforta il lettore per la claritas e la felicità di costrutti e ci fa, per lontana assonanza, rammemorare i miti della critica d'arte che oggi tanto mancano: per esempio la magnifica prosa di Roberto Longhi i cui scritti nel 1973 vennero raccolti da Gianfranco Contini in un Meridiano Mondadori a significare la preminenza della critica d'arte anche all'interno della storia della letteratura, o quella di Francesco Arcangeli, la cui monografia su Giorgio Morandi rimane un saggio capitale proprio per lo stile espresso.






