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Le opere dalla collezione De Vito rielaborarono nel "secolo d'oro" la lezione di Caravaggio
Forte dei Marmi non custodisce soltanto la memoria elegante delle sue estati novecentesche. Nella ridente Versilia, dove la villeggiatura si è fatta nel tempo luogo di incontri artistici, letterari e culturali, oggi il Fortino "Pietro Leopoldo I" accoglie un capitolo tra i più intensi e inquieti dell'arte italiana: quello che nasce a Napoli dopo il passaggio di Caravaggio. Sotto gli ombrelloni di quella spiaggia frequentata da artisti, scrittori e intellettuali - da Carrà a Soffici, da De Chirico a Rosai, da Savinio a Maccari, fino a Guttuso, Treccani e agli scultori Dazzi, Marini, Messina e Henry Moore - prese forma una geografia culturale destinata a lasciare un segno profondo. Attorno al mito del Quarto Platano, Forte dei Marmi divenne uno dei luoghi simbolici del '900 italiano. In questo orizzonte può sorprendere la presenza, al Fortino Pietro Leopoldo I, della mostra Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito (fino al 27 settembre). Eppure proprio questa distanza apparente ne costituisce una delle ragioni più vive. Non un semplice appuntamento espositivo, né una parentesi stagionale, ma un incontro tra mondi diversi: tra storie, sensibilità e modi di guardare che raramente vengono posti l'uno accanto all'altro. Voluta dall'amministrazione comunale e sostenuta dall'impegno dell'amico Ermindo Tucci, presidente della Fondazione Villa Bertelli, la mostra è promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla stessa Fondazione, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito. Curata da Nadia Bastogi, riunisce 39 dipinti della raccolta De Vito e ripercorre alcuni passaggi decisivi dell'arte partenopea del XVII secolo, a partire dalla scossa prodotta dall'arrivo del Merisi in città. Non siamo davanti a una rassegna enciclopedica. E nemmeno a una ricostruzione totale di un secolo complesso. La forza del percorso sta altrove: nella scelta di un punto di osservazione preciso, nel momento in cui cambia in profondità il rapporto tra immagine e realtà, tra corpo e ombra, tra sacro e quotidiano. Caravaggio arriva a Napoli nell'ottobre del 1606 e vi rimane fino al giugno del 1607; vi torna poi nell'ottobre del 1609, restando in città fino all'estate successiva. La sua presenza non genera una scuola in senso tradizionale. Apre piuttosto una possibilità. Il sacro perde la distanza dell'ideale e si avvicina alla carne, ai volti segnati, ai gesti comuni, alla povertà degli spazi. La luce non ordina soltanto la composizione: rivela, isola, ferisce, mette a nudo. Da quel momento la città elabora quella lezione in modo autonomo, spesso radicale. Battistello Caracciolo, Jusepe de Ribera, Francesco Fracanzano, Giovanni Battista Ricca, il Maestro degli Annunci ai pastori e gli altri protagonisti di questa vicenda non si limitano ad accogliere il linguaggio caravaggesco. Lo trasformano. Lo portano dentro il tessuto urbano, dentro la devozione popolare, dentro una fisicità aspra e profondamente spirituale. Ne nasce un'arte in cui santi, martiri, apostoli e mendicanti appartengono alla stessa umanità di chi guarda. I corpi non sono figure astratte, ma presenze concrete: esposte alla fatica, alla sofferenza, alla fede. È in questa vicinanza tra immagine sacra e verità umana che il Seicento napoletano conserva ancora oggi una forza così sorprendente.






