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Alessandro Benetton racconta il genio della Pop Art e la sua influenza sulla cultura contemporanea

"N on credo che esista un altro posto al mondo con la vita di strada di New York" scrive Andy Warhol nei suoi diari, sui quali mi sarei avventato dopo la sua morte, come milioni di altri fan. "Qui puoi vedere ogni classe, razza, sesso e genere di moda scontrarsi l'uno con l'altro. Tutti si incrociano e si mescolano ed è impossibile immaginare quale sarà la prossima combinazione".

Prima di entrare allo Studio 54 avevo naturalmente già sentito parlare di artisti che amavano la mondanità, ma avevo l'impressione che la loro fosse una mondanità successiva all'arte: come se prima se la vedessero con l'arte in privato e poi, semmai, andassero a godersi in pubblico il post-partita. Con Warhol, invece, intuivo che la cosa era diversa. Anche limitandomi al poco che ne sapevo, avevo il sospetto che lui la partita volesse giocarla proprio lì, sotto le luci stroboscopiche della pista da ballo, oppure sulle strade di New York, tra le corsie dei suoi supermercati in qualsiasi posto purché pubblico, esposto, al centro dell'attenzione. Come se l'ispirazione per le sue opere non fosse un costrutto mentale individuale, che doveva e poteva scaturire necessariamente solo dal cervello dell'artista, ma potesse essere cercata e trovata al di fuori, in ciò che si dimostra capace di conquistarsi un posto nell'immaginario collettivo che si trattasse di un'attrice famosa, di una bottiglia di Coca-Cola o di un comunissimo barattolo di zuppa.