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L'artista americano porta il ritratto oltre la somiglianza e lo trasforma in una vera macchina dell'identità
Inaugurando a Ferrara la mostra Andy Warhol. Ladies and Gentlemen (a Palazzo dei Diamanti, fino al 19 luglio), ho pensato che poche città restituiscano altrettanto bene il senso della sua opera. Ho scritto altre volte di Ferrara come città del silenzio, della nebbia, della solitudine, non in senso sentimentale, ma in senso critico. È un luogo in cui le immagini sembrano fermarsi e acquistare peso. Diventano, prima di tutto, una presenza mentale. Per questo, qui, Warhol non arriva come un ospite estraneo. Trova invece un contesto che lo rende più leggibile. La mostra di Palazzo dei Diamanti, allestita a cinquant'anni dalla storica esposizione del 1975-76, non vale soltanto per quantità, benché riunisca oltre centocinquanta ritratti fra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid. Vale soprattutto per il punto che mette a fuoco. E questo punto è "Ladies and Gentlemen", il luogo in cui Warhol porta il ritratto oltre la somiglianza e lo trasforma in una macchina dell'identità, della sua esposizione, della sua messa in scena.






