Chi ha paura della pace in Iran? Tutti parlano della guerra, ma questa si definisce solo se viene misurata con il suo opposto, la pace. Non la temono gli Stati Uniti e Israele, gli unici che con la fine dei combattimenti rischiano di perdere il potere sono i pasdaran.

Il popolo iraniano ora conosce la rovina del khomeinismo, vive tra le macerie fumanti della rivoluzione islamica. La pace giusta, senza la minaccia nucleare, trasformerà le Guardie della Rivoluzione in un’organizzazione criminale senza più alcun patto di convivenza con gli iraniani. È su questo punto che l’ipotesi di una caduta del regime è una probabilità concreta, un fatto che ha un punto d’attacco e un orizzonte. I manifestanti che qualche mese fa hanno riempito le piazze non sono domati, decine di migliaia sono stati uccisi, la loro morte è la più grande accusa contro i rottami di un sistema criminale, ma è anche un moltiplicatore dell’odio per l’oppressore, è la condanna della teocrazia perché alimenta le ragioni della resistenza interna, mobilita la formazione della dissidenza, è l’inizio del cambio dello status quo. È questo lo scenario che temono i pasdaran, non a caso Israele sta spezzando i legami dell’Iran con i suoi vicini, Hezbollah in Libano è il cuore di questa strategia, colpire loro, liberare la politica di Beirut dal ricatto omicida è fondamentale per tagliare gli artigli ai miliziani sciiti, isolarli e bersagliarli dall’interno.