Grande preoccupazione» è il più gettonato dei commenti tra i Paesi arabi costretti dalle circostanze a dire qualcosa sull’attacco americano in Iran e l’escalation che ne potrebbe seguire. È la stessa “preoccupazione” condita da qualche più o meno dura condanna che in questo anno e mezzo ha mosso le coscienze diplomatiche degli stessi Paesi nei confronti degli attacchi israeliani a Gaza ma che poi non è mai sfociata in alcuna azione concreta se non in vani e spesso svogliati tentativi diplomatici.

D’altronde se Israele, come ha detto il cancelliere tedesco Merz, sta facendo il lavoro sporco per noi occidentali a maggior ragione lo sta facendo, ora insieme all’alleato americano, anche per gli Stati arabi sunniti, quelli che in sostanza fanno capo all’inziale Lega Araba, che come tutti sanno non hanno mai avuto alcuna simpatia (è un eufemismo) per cugini sciiti iraniani. «Il Regno sottolinea la necessità di compiere tutti gli sforzi possibili per esercitare moderazione, allentare le tensioni ed evitare un'ulteriore escalation», ha dichiarato ad esempio il ministero degli Esteri saudita che ha invitato la comunità internazionale a «intensificare i propri sforzi in questo periodo altamente delicato per raggiungere una soluzione politica che ponga fine alla crisi e apra un nuovo capitolo per il raggiungimento della sicurezza e della stabilità nella regione». Tra i migliori alleati dell’America di Donald Trump, il regno saudita non ha certo interesse che si rinnovino tensioni regionali come quelle che hanno caratterizzato lo scorso ventennio, ma di sicuro a Riad non piangeranno se per caso dovesse cadere il regime degli ayatollah, contro il quale combatte dal secolo scorso attraverso proxy e non, e con quello sparisca in aggiunta ogni velleità atomica.