NAIROBI - Il mondo ha «sete di pace. Basta guerra». Una pace «che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti».

Nel palazzo presidenziale di Yaoundé, dopo il volo dall’Algeria al Camerun, Papa Leone ha reiterato la linea che fa da fil rouge ai 18mila chilometri della sua missione in Africa. I toni possono suonare come una risposta indiretta al nuovo affondo del leader Usa di Donald Trump, tornato all’attacco all’alba americana di ieri: «Qualcuno potrebbe per favore dire a Papa Leone che l’Iran ha ucciso almeno 42mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi» ha inveito Trump su Truth, il suo social network, definendo «inaccettabile» l’accesso di Teheran alla bomba atomica. Ma i contenuti di fondo ribadiscono la stessa impronta che domina una missione chiave per il Papato, iniziata in Algeria e instradata nelle sue altre tappe in Paesi a maggioranza cristiana: il Camerun da ieri al 18 aprile, l’Angola dal 18 al 21 aprile e la Guinea Equatoriale dal 21 al 23 aprile.

La ragione originaria del tour de force di 10 giorni, quattro Paesi e 11 città è sottolineare che l’«Africa conta», riaccendendo l’attenzione della comunità internazionale sul Continente più in ascesa sul versante demografico. Nella sua tappa in Camerun, l’appello si è tradotto in un messaggio tuttaltro che ovvio in presenza dei vertici locali, e soprattutto, di Paul Biya: il 93enne che governa ininterrottamente il Paese dagli anni ’80, fresco di riconferma a ottobre dopo elezioni liquidate come farsesche dall’opposizione.