TARZO (TREVISO) - «Il prefetto faccia ritirare quella delibera». Questo il senso della richiesta presentata ieri dal fronte compatto del comitato del “No” al referendum sulla Giustizia per contrastare la scelta di Tarzo, il comune guidato dal deputato leghista Gianangelo Bof, che ha deciso di dedicare la nuova corte interna del Municipio alle “Vittime di errori giudiziari”. La targa, con incisa tanto di motivazione, è già pronta. La delibera della giunta già approvata. Manca solo l’ultimo via libera della Prefettura: «Una formalità», assicura Bof. Ma per il variegato schieramento che ha lottato contro la riforma della Giustizia elaborata dal ministro Carlo Nordio, l’ultima parola del prefetto trevigiano Angelo Sidoti è invece l’ultima spiaggia della resistenza. Sidoti intanto dispensa prudenza: «Su Tarzo non so se è già arrivata l’istanza, che comunque seguirà la rituale istruttoria». Parole sagge. Ma l’incendio è già scoppiato.
Lo schieramento che, proprio ieri, ha presentato in Prefettura la richiesta di bloccare l’intitolazione è ampio e variegato. Comprende Anpi, Cgil, Arc Treviso, Associazione Volontari per la Libertà Provinciale Treviso, Europa Verde, Movimento Cinquestelle Treviso, Coalizione Civica per Treviso, Compagno è il Mondo, Legambiente Piavenire, Legambiente Treviso, Pd, Possibile, Partito della Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana-Avs, Spi-Cgil - Sunia, Ugs. Tutti uniti, tutti decisi a bloccare quella che viene ritenuta una provocazione. «Nella comunicazione inviata al Prefetto i sottoscritti, ritenendo il comune di Tarzo un ente autonomo e libero di assumere le decisioni che ritiene - premettono in un comunicato unitario - ritengono altresì che siano stati lesi l’onorabilità di un organo dello Stato e la sensibilità democratica dei cittadini. E per questo hanno chiesto di esercitare le proprie prerogative al fine di ritirare la Deliberazione di Giunta». E spiegano: «La Delibera 29/2026 promulgata il 16 marzo scorso su iniziativa del Sindaco Bof ci pare un’operazione di propaganda elettorale se non fosse che determina poi un impatto sulla toponomastica del comune che rimane, ovvero la volontà di colpire i pilastri di indipendenza di uno degli ordini del nostro Stato».






