Non è un accordo. Almeno non è ancora l’accordo che sigilla “una pace duratura”. Ma di sicuro l’annuncio dell’apertura dello Stretto di Hormuz è il primo vero passo cruciale verso la “nuova normalità” dei flussi nello Stretto. La prima condizione per la trattativa più ampia che partirà già questo week-end a quanto pare. Oltre che un buon auspicio per l’inflazione dei prossimi mesi. Lì dove il rischio Hormuz, seppure dimezzato (o comunque ridotto) non è ancora disinnescato e può pesare sui costi e sulla crescita.
I mercati scommettono da giorni su uno scenario di flussi ristabiliti almeno a metà a maggio e completamente entro giugno. Ma altra cosa è cancellare di colpo la cosiddetta “disruption” nelle catene di approvvigionamenti globali tracciata in questi 50 giorni di conflitto.
Ci vorranno mesi, dicono gli analisti in queste ore quando ancora molti nodi devono essere sciolti sulle condizioni della riapertura, per arrivare a un vero accordo che chiuda la partita sulla sicurezza dello Stretto. Qualcuno azzardava anche sei mesi. Anche l’Europa sta lavorando a un suo piano di sicurezza dello Stretto. Ci vorrebbe una sorta di Autorithy di garanzia internazionale. Nel frattempo l’avvio della macchina permetterà sicuramente ai mercati di tagliare di netto il premio per il rischio sullo Stretto (anche se non del tutto). Lo ha un po’ già fatto a vedere il Brent (a 90 dollari contro i 72 del 27 febbraio) e il greggio Wti (a 83 dollari rispetto ai 63 preguerra) ben lontani dalla soglia dei 100 dollari con il gas Ue sotto i 40 euro per Megawattora (contro i 31 pre-guerra e gli oltre 60 raggiunti in queste settimane). Mentre i principali indici internazionali avevano già recuperato il calo e fatto nuovi massimi prima di questo sviluppo. Navi e petroliere bloccate dovrebbero quindi riprendere la rotta.










