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17 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 7:11

Gioco propositivo contro gioco speculativo. Una dicotomia che decenni dopo sarebbe esplosa fino a diventare stucchevole ma che trent’anni fa di fatto non esisteva. La pay per view cominciava ad affacciarsi timidamente nel mondo pallonaro: l’estero era lontanissimo e dunque il binomio di cui sopra si traduceva in un casareccissimo “Zeman contro il resto del mondo”. Nel resto del mondo, in quello giochista giusto per non schiodarsi dall’odioso termine coniato ai giorni nostri o giù di lì, c’era Jean Claude Suaudeau, con il suo “Jeau a la nantaise”, lo stile di gioco del Nantes di metà degi anni ’90 Si scontrarono, i due modelli, nelle semifinali di Champions League di trent’anni fa: da un lato Marcello Lippi, con una Juve tosta, fisica, muscolare (e fortissima), dall’altro il Nantes veloce, aggressivo e offensivo di Suaudeau.

Inutile nasconderlo: uno scontro impari. L’acciaio della Juve di Marcello Lippi, una macchina perfetta con un mix di ingranaggi precisi, potenti, scintillanti: da Peruzzi tra i pali alla difesa con Ciro Ferrara, Porrini e Vierchowod, dalla precisione di Paulo Sousa alla classe di Jugovic alla grinta di Conte e Deschamps a centrocampo, e poi Lombardo e Di Livio sulle fasce, Vialli, Del Piero, Ravanelli, Padovano in attacco e ancora e ancora e ancora. La seta del Nantes, plasmata da quel Suaudeau che era una bandiera del club francese: campione da calciatore, richiamato da allenatore tante e tante volte, costruendo nel 1994 un capolavoro nonostante le difficoltà finanziarie: dalle giovanili plasma Ouedec, Loko, Pedros, Makelelè, Karembeu e poi costruisce campioni come N’Doram, Cauet. E li fa giocare bene: “Il pallone andrà sempre più veloce di qualsiasi giocatore” dice Suaudeau, e dunque la squadra invece di fare dieci passaggi ne fa tre “ma non passaggi qualsiasi”. E senza passaggi qualsiasi il Nantes vince il campionato del 1994 – 95, dopo undici anni di digiuno.