Al Vinitaly, tra stand affollati e calici che raccontano territori, c’è anche una storia che arriva da lontano. È quella di Roberto Giacobbo, volto noto della televisione italiana, che oggi si misura con un altro tipo di narrazione: quella del vino. Una storia che intreccia memoria familiare, geologia e tecnologia, e che trova sintesi in una bottiglia. “Cerco di essere sintetico, ma sono tanti anni da condensare” esordisce. E in effetti tutto comincia da molto prima del progetto imprenditoriale. “Mio padre Marino, veneto, mi ha trasmesso il rispetto per il vino. Quando si trasferì a Roma comprò un terreno in Sabina: tra gli ulivi piantò tre filari di vigna. Facevamo il vino in casa, era una cerimonia familiare”.

Tradizione

Un rito semplice, quasi domestico, che però lascia un segno profondo. “Bevevo poco, ma bene. Per me la qualità è tutto. Abbiamo una fortuna enorme a essere al mondo, sprecarla è una sciocchezza. Meglio fare meno, ma farlo bene”. Il passaggio dalla memoria alla produzione arriva quasi per caso, ma affonda in radici precise. “È successo quando mia figlia Giovanna si è legata a Cataldo Faretra, pugliese. Lì è riemersa anche una mia origine: una delle mie nonne era di Terlizzi”. Un incontro che diventa progetto. “La loro famiglia produceva uva, olive, grano. Noi abbiamo deciso di trasformare queste materie prime, unendo tradizione e tecnologie moderne”. Non è solo una scelta produttiva, ma una filosofia. “Le nuove tecnologie, se usate bene, sono rispettose della natura. Non invasive. Permettono un biologico vero”. E il racconto si fa quasi scientifico quando Giacobbo descrive il terroir: “Il terreno è un’ansa di un antico fiume preistorico, con sette metri di limo. Una geologia che ricorda le colline del Barolo, ma siamo in Puglia, con il sole e il vento”. Un equilibrio naturale che diventa metodo. “Il vento asciuga e protegge, le sorgenti naturali ci danno acqua minerale. Concimiamo con erbaggi tritati tra i filari, senza chimica né animali”.