Milano, cinema Anteo. Non è la solita cornice di calici e tovaglie inamidate, ma una sala buia e silenziosa. Lo schermo che si accende, le voci che si rincorrono, le immagini delle vigne che si allungano verso il mare. Grattamacco ha scelto così di celebrare la quarantesima vendemmia del suo Bolgheri Superiore: non con una degustazione, ma con un film. Un documentario diretto da Giuseppe Tufarulo che mette insieme ricordi, volti, aneddoti e visioni di chi questa storia l’ha scritta. Una scelta controcorrente, che rispecchia bene l’anima della tenuta: fin dalla prima annata del 1982, quando ancora Bolgheri non era la denominazione che conosciamo, Grattamacco si è distinta per la volontà di non imitare nessuno. Cabernet e Merlot, certo, ma con dentro anche il Sangiovese, quasi un manifesto: restare figli della Toscana, anche se in un territorio che sembrava proiettato altrove.
Le vigne del Grattamacco (@ph Stefano Casati)
Piermario Meletti Cavallari, il fondatore, ricorda con ironia e lucidità quegli anni pionieristici: «Avevo aperto un’enoteca a Bergamo Alta, con tanto di biliardo e lista dei vini a mescita. Poi con mia moglie l’idea di vivere in campagna, quasi per autosufficienza. Alla fine ho capito che bisognava farne impresa». Il destino si compie a Bolgheri, non senza dubbi: «Ero indeciso con le Marche, girai la Toscana per tre mesi. Poi un mediatore mi portò su quella collina: mi affaccio, una visione plastica, e avevo capito che era il posto». Era il 1977: nessuna DOC, nessun clamore internazionale. Tanto che la prima annata uscì come semplice “Vino da tavola”. E mentre i colossi del territorio puntavano ai rossi bordolesi, Meletti Cavallari si concesse un’altra libertà: il bianco. All’inizio fu Trebbiano, descritto da Luigi Veronelli come un «vino ingenuo di scoperta innocenza». Poi, quasi per intuizione, arrivò il Vermentino, che nessuno a Bolgheri aveva ancora osato proporre con convinzione. «Scrissi ai miei amici che era un vino onesto di 12 gradi» ricorda con un sorriso. A modo suo, un atto fondativo: piantare un seme che oggi tutti riconoscono come una delle varietà simbolo della zona.






