«Non mi piacciono le quote e non scelgo ruoli scritti per dare il contentino alle donne. Scelgo le storie: e se c'è una donna al centro di quella vicenda, spero di essere io a interpretarla». Così Matilda De Angelis ieri ha commentato l'addio al personaggio della piemontese Lidia Poët, la prima avvocata d'Italia (realmente esistita, nacque nel 1855) protagonista della serie omonima che molto liberamente ne adatta la biografia, realizzata per Netflix dalla Groenlandia del romano Matteo Rovere.

Sei nuovi episodi ambientati nel 1887 che concludono la trilogia, disponibile sulla piattaforma a partire da domani: mentre suo fratello Enrico (Pier Luigi Pasino), diventato deputato, riesce a portare in commissione una proposta di legge per permettere alle donne l'accesso alle professioni forensi, Lidia si trova coinvolta nella difesa di una sua amica d'infanzia, accusata di aver ucciso il marito. «Ancora oggi il tema della legittima difesa è complicatissimo da portare in tribunale e da far valere», spiega l'attrice, «il bello della serie è che tratta temi che oggi sono ancora incredibilmente veri e presenti».

Una storia di emancipazione femminile, quella di Poët, «dedicata a tutte le persone che hanno avuto il coraggio di immaginare una realtà diversa: Lidia Poët è stata portatrice di un cambiamento per tutte le donne. E se c'è una cosa che mi commuove è sapere che, essendo morta a 94 anni, ha fatto in tempo a vedere il suffragio universale. Mi viene la pelle d'oca a pensarci». E chissà cosa avrebbe detto, la signora Poët, sapendo che la sua storia di «emancipazione femminile» è raccontata da un team creativo (quasi) di soli uomini, con due sceneggiatori al tavolo della terza stagione (Guido Iuculano e Davide Orsini), e su tre registi coinvolti nel progetto, una sola donna (Letizia Lamartire, Pippo Mezzapesa e Jacopo Bonvicini). «Certamente c'è un problema di sotto-rappresentazione sia delle donne che delle giovani generazioni, nel cinema italiano», concede saggiamente il produttore.