Si cercano informazioni per sentirsi più preparate, si incontrano opinioni contrastanti, si perdono fiducia e sicurezza e si torna a cercare ancora. Il ciclo senza fine dell’information overload non fa bene ai genitori

di Giulia Mattioli

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All’inizio della maternità si è confuse su tutto. Dove far dormire il bambino, in che posizione allattarlo, quanto vestirlo, cosa vorrà dire quando piange in un certo modo. Le soluzioni, tutto sommato, sono facili da trovare: basta una rapida navigazione sul web. Il problema è, che si tratti di Google, dei social, dei forum online o persino delle riviste specializzate, si troveranno tutte le risposte, ma anche il loro contrario, passando per una serie infinita di sfumature. La confusione, a quel punto, non diminuisce, e ad essa si aggiunge l’ansia. Perché qualunque consiglio si scelga di seguire, ci sarà sempre una vocina in sottofondo a suggerire che forse la soluzione migliore era l’altra.

Questo stato confusionale migliora leggermente con il tempo. Man mano che i mesi passano, si acquisisce esperienza e, con essa, una certa fiducia in sé stesse. Ma le domande non si esauriscono mai: a ogni fase di crescita del bambino corrispondono nuovi dubbi, nuove incertezze. E così si torna, ancora e ancora, a consultare la rete, spesso più volte al giorno, alla ricerca di risposte che, puntualmente, finiscono per alimentare ulteriore confusione. Benvenuti nell’era del genitore iper-informato, ma anche iper-confuso.