C’è un sottile filo rosso che lega Viktor Orbán a Peter Magyar. Una nemesi con la logica dei contrari. Il fondatore di Fidesz e uomo forte dell’Ungheria dal 2010 nonostante i rapporti di un tempo fece dello slogan “Sorosmentes” (Senza Soros) una parola d’ordine di aperta contrapposizione; il fondatore di Tisza, lo sfidante ed ex discepolo, ha cambiato il bersaglio ma con la stessa finalità di toglierselo di torno: “Orbánmentes”. Che tra i due la competizione fosse al calor bianco, il premier uscente l’aveva messo nero su bianco alla vigilia del voto accusando l’opposizione di voler di sabotare le elezioni: «Non si fermeranno davanti a nulla pur di impadronirsi del potere». Tutti i principali sondaggi lo davano perdente, dai 7 ai 12 punti percentuali di distacco in termini di partito, oltre ogni forbice di errore nel confronto diretto. Ma era pur vero che circa il 25% degli elettori non era ancora certo della scelta alle urne e quindi il peso delle due coalizioni era tutto da testare. Per Orbán si trattava di portare all’incasso la cambiale, per Magyar di scontarla. Ambedue i contendenti si sono accusati di avvalersi di ingerenze internazionali per condizionare l’esito del voto, ma per il primo ministro uscente si era speso pubblicamente e decisamente Donald Trump che in un discorso lo ha definito «leader davvero forte e potente» e sul suo sociale Truth ha scritto di sostenerlo «con tutto il cuore».