"Hello, dictator!".

L'allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker lo accolse così davanti alle telecamere del vertice di Riga nel 2015.

Una pacca sulla spalla, una battuta lasciata scivolare tra i sorrisi di rito e la raffica dei flash dei fotografi.

Abbastanza per diventare l'etichetta che da allora accompagna Viktor Orban come un'ombra, sintesi della parabola che dall'entusiasmo liberale lo ha portato al centro delle fratture europee. Il suo sistema ha retto per anni. Le campagne, serbatoio fedele, gli hanno garantito stabilità, mantenendo a distanza un'opposizione frammentata. Poi la crepa: prima nelle città, quindi lungo le periferie. La sfida dell'ex discepolo Perer Magyar ha rotto l'equilibrio dall'interno, trasformando l'invincibilità in vulnerabilità. Fino al canto del cigno del comizio finale, quando Orban ha promesso di non fermarsi "nemmeno davanti all'inferno". Eppure, all'esito del voto, l'uomo forte di Budapest si è ritrovato sotto assedio. Dal trionfo alla trincea, costretto per la prima volta a fare i conti con la sconfitta.

La sua storia corre parallela a quella dell'Ungheria post-comunista. Nato il 31 maggio 1963 a Szekesfehervar, la città dei re, in una famiglia modesta e lontana dai palazzi del potere che un giorno avrebbe dominato, studia legge negli anni in cui il regime dell'Urss schricchiola. Nel 1989 è tra i volti della nuova era: jeans, capelli lunghi, occhi spregiudicati.