In un’Europa divisa e presuntuosa, Viktor Orbán si prende una rivincita che arriva come una mazzata (politica) in fronte ai suoi critici irriducibili (sinistra italiana compresa). Per anni il premier ungherese è stato trattato come un corpo estraneo dalle capitali europee. Bruxelles lo ha bollato come populista autoritario, Berlino e Parigi lo hanno tenuto ai margini, e nel Partito Popolare Europeo la tensione è arrivata al punto di rottura. Dopo l’autosospensione di Fidesz nel 2019 e mesi di scontri, Orbán ha scelto di lasciare il gruppo nel 2021, accusando i popolari di essersi piegati alla sinistra. Sembrava un addio definitivo alla politica che conta. Oggi, invece, organizza a Budapest il vertice più atteso dell’anno: quello tra Donald Trump e Vladimir Putin. Non è un dettaglio. L’Ungheria, considerata da Bruxelles una nazione inaffidabile, diventa il crocevia della diplomazia mondiale. Orbán non ha mai interrotto i canali con Mosca, nemmeno nei momenti più tesi della guerra in Ucraina. Ha mantenuto un rapporto pragmatico con il Cremlino, difendendo il proprio interesse energetico e industriale. Quel metodo, definito «filorusso» da molti commentatori occidentali, oggi diventa una chiave di influenza. Mentre gli altri discutono di regole e procedure, Budapest ospita i protagonisti.