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12 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 9:33
Prima fan, poi carnefice. Nel mezzo una carriera politica di livello, all’orizzonte una responsabilità enorme: essere il simbolo di un possibile nuovo corso europeo poiché primo vero vincitore contro la realtà sovranista. Peter Magyar aveva nove anni quando il comunismo crollò. Appesa nella sua stanza da bambino c’era una foto di Viktor Orban. Non l’avversario che ha dominato l’Ungheria per sedici anni, ma il giovane avvocato che nel 1989 chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche, simbolo di una stagione che prometteva libertà e futuro. Oggi è lui a cambiare il corso del Paese, a spezzare l’uomo forte di Budapest, portando a compimento una sfida che fino a poco tempo – nelle stesse parole dei tanti sostenitori della neonata galassia di Tisza – sembrava impossibile. Il trionfo gli consegna il futuro di un Paese che dovrà tornare, ha scandito alla vigilia dell’ora decisiva, “uno Stato di diritto democratico“. Nato nel 1981, sotto il segno dei Pesci, in una famiglia di giuristi – madre giudice dell’Alta Corte, nonno tra le figure dello Stato -, Magyar è cresciuto dentro l’élite magiara studiando legge all’Università cattolica di Budapest, una delle fucine del conservatorismo. Credente convinto, ex adepto di Fidesz, underdog nato dalla costola del potere di cui ha presto assorbito linguaggio e regole. Tanto da sfidarlo e, infine, batterlo. L’ingresso nel sistema del 45enne è stato graduale.











