Appesa nella sua stanza da bambino c'era una foto di Viktor Orban.

Non l'avversario che ha dominato l'Ungheria per sedici anni, ma il giovane avvocato che nel 1989 chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche, simbolo di una stagione che prometteva libertà e futuro.

Peter Magyar aveva nove anni quando il comunismo crollò. Oggi è lui a cambiare il corso del Paese, a spezzare l'uomo forte di Budapest, portando a compimento una sfida che fino a poco tempo - nelle stesse parole dei tanti sostenitori della neonata galassia di Tisza - sembrava impossibile. Il trionfo gli consegna il futuro di un Paese che dovrà tornare, ha scandito alla vigilia dell'ora decisiva, "uno Stato di diritto democratico".

Nato nel 1981, sotto il segno dei Pesci, in una famiglia di giuristi - madre giudice dell'Alta Corte, nonno tra le figure dello Stato -, Magyar è cresciuto dentro l'élite magiara studiando legge all'Università cattolica di Budapest, una delle fucine del conservatorismo. Credente convinto, ex adepto di Fidesz, underdog nato dalla costola del potere di cui ha presto assorbito linguaggio e regole. Tanto da sfidarlo e, infine, batterlo. L'ingresso nel sistema del 45enne è stato graduale. A segnare la svolta sono, nel 2006, le nozze con la collega di partito Judit Varga, destinata a diventare ministra della Giustizia. Quando la carriera della moglie lo porta a Bruxelles, anche entra nel circuito delle istituzioni europee, imparando presto a muoversi tra il cuore del potere nazionale e i corridoi dell'Ue. Rientrato in patria, è rimasto però ai margini della politica vera: ruoli tecnici, incarichi in aziende pubbliche, una presenza che non sfonda. I vertici di Fidesz lo considerano troppo autonomo, difficile da controllare, poco incline agli ordini di scuderia.