Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.

Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.

Dal trionfo alla trincea, costretto per la prima volta a fare i conti con la sconfitta

"Hello, dictator!". L'allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker lo accolse così davanti alle telecamere del vertice di Riga nel 2015. Una pacca sulla spalla, una battuta lasciata scivolare tra i sorrisi di rito e la raffica dei flash dei fotografi. Abbastanza per diventare l'etichetta che da allora accompagna Viktor Orban come un'ombra, sintesi della parabola che dall'entusiasmo liberale lo ha portato al centro delle fratture europee. Il suo sistema ha retto per anni. Le campagne, serbatoio fedele, gli hanno garantito stabilità, mantenendo a distanza un'opposizione frammentata. Poi la crepa: prima nelle città, quindi lungo le periferie. La sfida dell'ex discepolo Perer Magyar ha rotto l'equilibrio dall'interno, trasformando l'invincibilità in vulnerabilità. Fino al canto del cigno del comizio finale, quando Orban ha promesso di non fermarsi "nemmeno davanti all'inferno". Eppure, all'esito del voto, l'uomo forte di Budapest si è ritrovato sotto assedio.