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Troppo preparato e troppo intelligente l'ex leader di Alleanza nazionale per non comprendere che la sua straordinaria partita politica, culminata con l'ascesa del Msi al governo, non poteva chiudersi fra teste voltate ed esperienze rinnegate

Una traversata nel deserto finita come doveva finire, con il ritorno nell'oasi costruita con le sue stesse mani qualche decennio prima. Quindici e più anni biblici, per Gianfranco Fini, strascicati tra espulsioni, rancori, un effimero partito come Fli, la casa di Montecarlo, la condanna in tribunale. E poi un'altra distesa di sabbia ancora più desolante, l'allontanamento dalla vita pubblica.

Troppo preparato e troppo intelligente l'ex leader di Alleanza nazionale per non comprendere che la sua straordinaria partita politica, culminata con l'ascesa del Msi al governo, non poteva chiudersi fra teste voltate ed esperienze rinnegate. Al suo rientro ad Atreju ha trovato tutto cambiato, da un partito votato quasi da un italiano su tre a una leader, Giorgia Meloni, che non scalpita più nei cortei con coda di cavallo e megafono, come quando la lanciò pescando dal vivaio del Fronte della Gioventù. La premier guida uno dei governi più solidi e longevi della Repubblica e ogni giorno tratta con i grandi della Terra. Ma lei stessa non ha mai dimenticato come è arrivata a sfondare il tetto di cristallo, grazie anche al lungimirante e generoso appoggio di Fini che la volle come vicepresidente della Camera e poi come baby ministro della Gioventù con Berlusconi.