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Non è solo una questione di eleganza o di maturità. L'eroe che cade e si rialza è uno schema narrativo universale

La politica, si sa, è il regno del gruppismo, del conflitto e delle identità contrapposte. È questa la ragione per cui la comunicazione politica si rivolge prima di tutto ai «tifosi». Ciò comporta una serie di meccanismi prevedibili e talvolta perversi, tra cui uno dei più evidenti è quello di non riconoscere mai le sconfitte. Lunedì scorso abbiamo avuto l'ennesimo esempio. Il referendum non ha raggiunto il quorum, ma il Pd, invece di partire da quel dato e aprire una riflessione su una sconfitta politica, ha preferito contro-narrare, imboccando la strada dell'autocelebrazione. In un post serale ha esaltato i «13 milioni di Sì» come se fossero l'equivalente di un consenso superiore a quello ottenuto dalla destra alle elezioni del 2022. Poco prima, Elly Schlein aveva parlato addirittura di «14 milioni di voti, più di quelli presi da Meloni», appropriandosi, di fatto, anche dei «No». Così facendo, i contenuti del referendum sono diventati un pretesto, e quella consultazione è stata trasformata in un gigantesco sondaggio sul consenso per le opposizioni, svuotando se mai ce ne fosse ancora bisogno il senso autentico dello strumento referendario e mancando di rispetto a quegli elettori che hanno votato (o deciso di non votare) pensando che al centro ci fossero i cinque quesiti, non una prova muscolare del centrosinistra. Non si tratta solo di un post sbagliato o di una dichiarazione infelice. È il sintomo di un vizio più profondo: la politica italiana non sa perdere. Ogni sconfitta viene rovesciata, trasformata in «vittoria morale», oppure attribuita a nemici esterni e cospiratori. Ma se ogni voto è una conferma e ogni consultazione un'occasione per autoassolversi, la democrazia si riduce a spettacolo.