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L'artista romana costruisce una visione dove la donna non è più immagine passiva, ma centro dell'azione
La Cleopatra di Artemisia Gentileschi è una delle immagini più spietate della pittura del Seicento. Spietata non perché insegua l'effetto, ma perché non concede riparo. Artemisia non salva la regina nella grazia, non la protegge nella nobiltà dell'ultimo gesto, non la trasfigura in una bella morte. La lascia corpo. Corpo esposto, vulnerabile, stanco. È qui che la sua pittura si mostra per quello che è: non ornamento, non allegoria, ma verità. In Cleopatra la regalità non cancella la fragilità, la storia non redime il dolore, la morte non si fa bella per rendersi sopportabile. Restano davanti a noi la carne, la paura, la coscienza della fine. Artemisia non addolcisce nulla. Costringe a guardare.
È da qui che bisogna partire, se si vuole vedere Artemisia davvero. Non dalla leggenda, non dallo scandalo, non dal simbolo che il presente le ha costruito attorno, ma dall'opera. Solo allora torna alla mente la celebre frase che Artemisia affida alla corrispondenza napoletana del 1649 con don Antonio Ruffo, tramandata in italiano nella forma: «Farò vedere a Vostra Signoria Illustrissima quello che sa fare una donna». Più che un motto, è una dichiarazione di sé. Artemisia non domanda riconoscimenti: affida tutto alla prova della pittura.






