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Trionfano l'Africa, le donne e l'eleganza
da Venezia
Come si può criticare una mostra postuma, come questa Biennale Arte 2026? Se lo è chiesto, solo pochi giorni fa, Art Review e nel mondo dell'arte, specie in America, se n'è discusso parecchio. Già, come si fa? Questa 61esima Esposizione internazionale d'arte In Minor Keys, è eccezionale da qualsiasi parte la si guardi. Eccezionale (perché mai accaduta prima) per la morte della curatrice in carica: la svizzero-camerunense Koyo Kouoh è mancata giusto un anno fa, a soli 57 anni, nel pieno della gestazione del progetto. Eccezionale è la decisione di proseguire nel suo nome, eccezionale la scelta del team curatoriale - Rory Tsapayi, Siddhartha Mitter, Marie-Hélène Pereira, Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salti di non esporsi singolarmente, con l'obiettivo dichiarato di portare avanti quello che era stato deciso "sotto un albero di mango", nel cortile di Raw Material Company con Kouoh ancora fiduciosa, prima che la malattia precipitasse. Si potrebbe anche discutere su quanto, persino nei materiali promozionali, il nome della curatrice Kouoh sia (più del solito) in evidenza: se non siamo nel culto della personalità (ma qualcuno, Oltreoceano, lo ha scritto), di certo ci avviciniamo. Solo ieri, vicino al Palazzetto dello Sport, è comparso un murale dell'artistar americano Derrick Adams (scuderia Gagosian) dove Kouoh è ritratta con la scritta "Joy" che pare una corona. Detto ciò, ora che finalmente le tonalità minori hanno cominciato a risuonare in Laguna, si può dire che la mostra, se non eccezionale, è certamente interessante. I 111 artisti coinvolti non appartengono, com'era successo in passato, all'ambito della marginalità (o dell'improvvisazione): non è una mostra minore, ma un'indagine che mette al centro, questo sì, soprattutto i talenti femminili e le firme africane. E se in elenco non compare nessun italiano si deve, come detto al Giornale dal presidente Buttafuoco, alle circostanze che non hanno permesso alla curatrice di completare gli studio visit nel nostro Paese, ma anche al fatto e su questo bisognerebbe riflettere che una tale curatrice, abituata a muoversi tra Europa, Africa e America, poliglotta e non digiuna di mercato, non conoscesse bene nessuno dei nostri.






