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Palazzo Venier celebra la regina delle gallerie, Abramovic incontra i classici
da Venezia
Come ad ogni Biennale che si rispetti, Venezia diventa più che mai palcoscenico diffuso sull'arte d'oggi, anche quella che racconta la contemporaneità dell'ultimo secolo. E allora la prima tappa del viaggio irrinunciabile attraverso le grandi mostre che costellano la laguna al di là dei padiglioni non può che essere Palazzo Venier, sede della Fondazione creata dalla regina dell'arte Peggy Guggenheim. Visitare la mostra appena inaugurata che racconta gli albori della sua avventura londinese di gallerista non è soltanto un compendio di storia o un'occasione per ammirare opere quasi inedite dei maestri delle avanguardie europee, ma una lezione sul collezionismo nella sua accezione più nobile. Era il 1938 quando una giovane Peggy scelse Londra come nuova dimora dove esprimere la sua aura di talent scout. Quella della sua galleria "Guggenheim Jeune" fu una breve stagione di appena un anno, eppure sufficiente ad influenzare nel profondo la scena britannica attraverso un vorticoso ciclo di mostre su artisti allora poco compresi, come Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy. I curatori Graina Subelyte e Simon Grant, per ben sei anni, sono riusciti nell'impresa di reperire un nucleo importante di quelle opere pionieristiche e riproporle oggi al pubblico. Tra queste, ci sono vere e proprie chicche come le bambole artistiche di Marie Vassilieff, capolavori di Kandinsky come Curva dominante (presente nella sua prima retrospettiva del febbraio del 1938), i primi collage astratti e surrealisti, sculture avanguardiste con Testa e conchiglia di Jean Arp del '33, ovvero la prima opera che Peggy acquistò per la sua collezione.






