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Nella tomba scolpita, Jacopo della Quercia si oppone alla morte con la bellezza più pura
Era il 1970 quando andai a Lucca per la prima volta, con la Volkswagen di mio zio. Avevo da poco la patente. Salii sulla torre Guinigi, spinto dalla curiosità di vedere da vicino quella chioma verde sospesa tra i tetti. Ma più forte era un altro richiamo: il desiderio di vedere Ilaria - di cui avevo a lungo letto, studiato, immaginato. Non fu il desiderio di visitare le chiese di Lucca a muovermi, ma qualcosa di più preciso: la certezza che incontrare quella figura mi avrebbe cambiato. Pensavo di fare il letterato - forse il poeta, forse addirittura l'autore comico. Ma vedere Ilaria mi fece capire che la poesia non era solo nelle parole.
Poteva abitare nella pietra. Prendere forma nella scultura. E quella di Ilaria non è una tomba scolpita - è un corpo che dorme, non che muore. Un'apparizione spirituale. Un'immagine che non si spegne, ma resiste. Un'opera che vince la morte - come nella promessa cristiana della resurrezione. Come il Cristo che si rialza dal sepolcro, Ilaria rimane: nel silenzio, nella forma. Il suo monumento funebre è, per me, la più alta scultura del Quattrocento italiano. Nessuna come lei: stessa forza quieta, stessa misura, stessa verità. Una bellezza che non svanisce, ma si deposita nel tempo. Distesa su un basamento isolato - col volto appena sollevato - non sembra scolpita. Sembra viva. Non ha il volto della morte, ma la sospensione dell'attimo - come se stesse per alzarsi. Fu la prima volta che vidi nella pietra qualcosa di simile alle parole. Che riconobbi non solo la forza di un'immagine, ma la possibilità che essa potesse calarsi nel marmo - e scaldarlo più che fosse carne. Era lì, immobile da oltre cinquecento anni. Ma la sua distanza era breve. La memoria di quelle forme - mosse e insieme composte - mi accompagnava. Saperla a Lucca mi faceva amare Lucca sopra ogni altra città. Ma chi era davvero Ilaria? E cosa resta - oggi - della sua presenza in quella scultura che continua a parlare?






