MESTRE - La notizia della morte di Pietro Serafin, 24 anni, è arrivata nella serata di ieri come un fulmine nella tranquillità della Gazzera, fermandosi davanti alla casa di via Lussingrande dove il giovane viveva con i genitori e il fratello poco più grande. In pochi minuti il dolore si è allargato anche a chi lo conosceva appena, “soltanto di vista”, come dicono i vicini di casa. Davanti all’abitazione, ieri sera, non c’era nessuno. Tapparelle abbassate, luci spente, nessun rumore. «Sono corsi via a Trento», sussurra una vicina, lasciando intendere la corsa disperata della famiglia dopo aver appreso la notizia. Un colpo durissimo anche per l’hotel Ai Pini, dove Pietro lavorava da anni come bartender. Qui era cresciuto professionalmente, diventando molto più di un dipendente.

«Aveva iniziato a lavorare qui come collaboratore di sala diversi anni fa, per noi era come uno di famiglia – raccontano dall’albergo – quando ci hanno chiamati per avvisarci non volevamo crederci». La telefonata arrivata in reception ha avuto un impatto devastante: la donna che ha risposto si è sentita male ed è svenuta, sopraffatta dalla notizia. Chi è cresciuto assieme a lui lo ricorda come un ragazzo energico, socievole, ma riservato per quanto riguarda la propria vita privata. Sempre, però, con un cuore dalle passioni ben definite. Durante l’adolescenza aveva trovato nel calcio a 5 uno dei suoi punti di riferimento: tra il 2018 e il 2020 aveva giocato con la Fenice Venezia-Mestre, per poi proseguire un’altra stagione con l’Annia Serenissima. Poi la scelta di smettere e voltare pagina. Negli ultimi anni era stata la moto a occupare il suo tempo libero. Bastava una giornata di sole e qualche ora lontano dal lavoro perché salisse in sella e partisse, alla ricerca di un panorama o semplicemente di un momento tutto suo. In via Lussingrande il dolore si è diffuso in silenzio. «Lo vedevamo poco qui a casa – raccontano i vicini – a differenza dei genitori lo conoscevamo praticamente soltanto di vista. Siamo distrutti dalla notizia, pensiamo in particolare alla famiglia. Non ci sono parole né gesti che possano alleviare un dolore simile».