Donald Trump ieri ha lasciato sul social Truth un messaggio misterioso: «Il più potente reset del mondo». Il presidente degli Stati Uniti non ha fornito altre spiegazioni, ma la pubblicazione di quel post mentre il suo vice JD Vance prendeva l’aereo diretto in Pakistan ha fatto capire da subito che quella frase si riferiva ai colloqui di Islamabad. Le speranze del mondo attorno al summit pakistano sono molte. In una capitale deserta e blindata, la comunità internazionale si augura che Teheran e Washington trovino un accordo che cristallizzi la tregua in una pace duratura. Il Pakistan ha lavorato insieme agli altri mediatori (su tutti Egitto e Turchia) per evitare qualsiasi ostacolo dell’ultim’ora.

Saranno i funzionari pakistani, coordinati dal premier Shebaz Sharif, a fare da ponte tra i delegati. La tensione è alta. Le dichiarazioni sia da parte americana che da parte iraniana sono state sempre oscillanti tra un cauto ottimismo e gli avvertimenti di una repentina chiusura di qualsiasi canale di dialogo. Vance si è detto convinto che i colloqui saranno «positivi», ma ha anche mandato un chiaro segnale agli iraniani: «Se cercheranno di ingannarci, scopriranno che la squadra dei negoziati non è così ricettiva». Ghalibaf, invece, ieri ha scritto sul social X che il cessate il fuoco in Libano e lo sblocco degli asset iraniani erano condizioni da rispettare «prima dell’inizio dei negoziati» e che non erano state ancora attuate. Poi è intervenuto lo stesso Trump, che in un’intervista al New York Post ha avvertito che le navi della flotta Usa stavano caricando le «migliori munizioni», pronte a essere usate in caso di fallimento dei negoziati: «Se non raggiungeremo un accordo, le useremo». E ancora. «Gli iraniani non sembrano rendersi conto di non avere alcuna carta da giocare, se non l’estorsione a breve termine ai danni del mondo attraverso l’uso delle vie d’acqua internazionali. L’unica ragione per cui sono ancora in vita, oggi, è negoziare».