Non passa giorno, anzi ora, che Pedro Sanchez, a capo di un traballante governo spagnolo, non ne pensi e non faccia una per consolidare il ruolo che si è assegnato di leader del fronte progressista anti -Trump e anti-Netanyahu. E pazienza se poi questo significhi spesso essere contro i valori occidentali e aprire assurde linee di credito a regimi liberticidi come quello iraniano o ai gruppi terroristi che ad esso fanno riferimento. La sindrome di “primo della classe” si è manifestata l’ultima volta proprio ieri quando il ministro degli esteri del suo governo ha annunciato la riapertura dell’ambasciata spagnola a Teheran come contributo agli “sforzi di pace”, affinché la tregua diventi una “via d’uscita pacifica” dal conflitto. Era il momento più opportuno? Non sa questa mossa di un riconoscimento troppo frettoloso e senza condizioni ad un regime che continua a uccidere o a far sopportare un duro carcere ai suoi oppositori? E soprattutto era opportuno questo passo da parte di un governo che col suo leader aveva gridato forte che la Spagna non avrebbe concesso al suo maggiore alleato nella Nato la possibilità di utilizzare le basi logistiche sul suo territorio? Sembra che ogni occasione sia buona per Sanchez per marcare la sua distanza dalle democrazie occidentali. L’altro ieri, ad esempio, egli si era esibito in un fragoroso uno-due. Dapprima aveva attaccato Trump affermando: «Nessun applauso a chi incendia il mondo e tira fuori un secchio d’acqua». Poi era passato al leader israeliano definendo «inaccettabile il suo disprezzo per la vita umana».