Pedro Sanchez, primo ministro socialista, ha annunciato che la Spagna non consentirà agli aerei degli Stati Uniti l’uso delle sue basi militari, basi che consentirebbero l’estensione dell’offensiva nordamericana e israeliana contro il regime ierocratico iraniano. Una decisione che affonda le sue radici nel legame storico che la Spagna ha con l’emisfero sudamericano e non solo con il suo ex impero, ma anche e soprattutto con l’area lusitana, ossia il Brasile. Brasile che, con il Messico, rappresenta la nazione (anch’essa parte di un ex impero) più distesamente rivolta a un confronto con gli Stati Uniti, non solo di Trump, ma come sistema economico e politico, sistema che ha dominato per un paio di secoli, sin dalla sua fondazione, l’America Latina. Le spietate dittature argentine e cilene hanno fatto il resto.

Questo è importante ricordarlo, ma non basta per comprendere che cosa veramente sta accadendo ora in Spagna. Per capirlo bisogna sottoporsi a due prove di pazienza che possono essere molto istruttive e anche, per certi versi, molto piacevoli. Per prima cosa, bisogna vedere i film di Pedro Almodovar, che è stato ed è, il più intelligente ed efficace interprete del grande cambiamento intervenuto in Spagna dopo la caduta del franchismo, che bene illustra la completa secolarizzazione di una nazione che è stata prima un impero di cui non ha mai perso l’allure (basta visitare Madrid con attenzione e interesse per percepirne l’aroma ancora oggi,) poi una nazione da decenni in una crisi politica profonda, con governi via via più instabili e corrosi da un separatismo catalano e basco storicamente non arginabile dalla centralizzazione castigliana e a cui fa eco la diffusione della cultura woke in forme altrove non così diffuse, radicate, pervasive.