Benvenuti nell’era dell’auto cinese che non è più cinese ma diabolicamente europea. “Nostra” a tutti gli effetti: i marchi del Paese della Grande Muraglia hanno capito che per conquistare il nostro mercato non serve sbarcare con le navi porta-container cariche di macchine. Basta localizzare. Produzione in Ungheria, Austria, Spagna. Design a Torino e Monaco. Ricerca e sviluppo tra Oxford e Göteborg.

I dazi dell’Unione Europea (fino al 38% sulle importazioni dirette dalla Cina) diventano un dettaglio burocratico. L’origine? Sfumata. Il marchio? Indistinguibile. Il prodotto? Un ibrido genetico che fa impazzire gli antropologi dell’automobile. Prendete il colosso Byd.

Non più soltanto la fabbrica-madre di Shenzhen, ma uno stabilimento bello e pronto a Szeged, in Ungheria, capace di sfornare tra 150 e 300 mila vetture l’anno. Produzione di prova già partita nel primo trimestre 2026. Accanto, a Budapest, la sede europea traslocata dal 2025 con 250 milioni di euro investiti: design localizzato, omologazioni, progetti universitari su sistemi di sicurezza e batterie. E già che c’erano, un po’ di autobus a Komárom dal 2016. Ma non è finita. Proprio in questi giorni Byd ha firmato un accordo con la Repubblica di San Marino. Un’intesa triennale che trasformerà il Titano in una piattaforma d’avanguardia per la sperimentazione di tutto ciò che è green e hi-tech: dalla mobilità sostenibile all’autosufficienza energetica.