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Ultimo aggiornamento: 8:30
“Mamma, li cinesi!”. Sembra quasi di sentirli i sales manager dei costruttori che fino a oggi erano stati protagonisti indiscussi del mercato del vecchio continente – car maker europei, giapponesi e coreani – mentre guardano con stupore (e apprensione) i dati di vendita dei “new comers” di Pechino. Che crescono a livelli non meno che esponenziali.
Emblematico il caso BYD. “Entro fine 2026, raddoppieremo il numero di punti vendita in Europa arrivando a quota 2 mila”, aveva annunciato a metà novembre scorso Maria Grazia Davino, direttore regionale BYD per il Vecchio Continente (ed ex manager di Stellantis): “In linea coi concorrenti di successo, dobbiamo conquistare la vicinanza ai clienti”. Secondo i dati ACEA (Associazione dei Costruttori Europei di Automobili) relativi all’area UE + EFTA + UK, le vendite del brand nel 2025 sono più che triplicate rispetto al 2024: BYD ha consegnato 187.657 veicoli (+268,6%), rispetto ai circa 50.912 dell’anno precedente. Mentre la sua quota di mercato è balzata dallo 0,4% del 2024 all’1,2% nel 2025 (all’interno della sola Unione Europea la quota è arrivata all’1,4%).
Tutto mentre il costruttore si prepara ad avviare la sua prima fabbrica europea, situata in Ungheria, a Szeged: le linee di assemblaggio si accenderanno dal secondo trimestre del 2026, dando lavoro, una volta a regime, a 2.000 persone. La produzione europea consentirà al colosso cinese di dribblare i dazi di Bruxelles sull’import dalla Repubblica Popolare. Il complesso – esteso su una superficie di 300 ettari – potrà sfornare qualcosa come 200 mila veicoli all’anno e potrebbe fare da apripista per altri stabilimenti continentali: Turchia e Spagna sono le migliori candidate ma in lizza potrebbe finire anche l’Italia.







