“Mi sono rivisto in quelle testimonianze, non nego che durante il mio percorso lavorativo ho vissuto situazioni simili. Ma allora pensavo fosse necessario attraversarle, come il cerchio di fuoco per l’acrobata. Credevo servissero a migliorarsi, le accettavo”: così lo chef Franco Aliberti aveva commentato il caso Noma, ovvero la decisione dello chef René Redzepi di lasciare il noto ristorante di Copenaghen perché, parole dello stesso Redzepi, ha deciso di assumersi la responsabilità delle sue azioni dopo le testimonianze raccolte dal New York Times di ex dipendenti che hanno denunciato presunti abusi e maltrattamenti.

E anche nelle dichiarazioni dello chef Guido Mori a MowMag si trova amarezza: ““Che il Noma fosse un posto di me*da dal punto di vista lavorativo era risaputo a livello planetario. Orari fuori dal mondo, e fuori dal mondo intendo ampiamente più di 70 ore alla settimana, paghe da fame, trattamenti con soprusi, abusi, violenza verbale e fisica: più o meno era una cosa che era assolutamente risaputa e, oltretutto, c’è anche un meccanismo per cui te le facevano accettare, perché sennò ti minacciavano che non avresti più lavorato da nessuna parte se non ti sottoponevi a questo”.